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I precari del Pascale e la proroga della salvezza

Scritto da Chiara Ciardiello Il . Inserito in Linea di Confine

Ciardiello Pascale

L’Istituto G. Pascale (il maggiore IRCCS del Mezzogiorno), da anni si affida al lavoro di tantissimi precari: medici, infermieri, amministrativi, data manager, ricercatori, tecnici di laboratorio, psicologi e tante altre figure professionali. Tutti accomunati (fino ad oggi) dalla stessa tipologia contrattuale: co.co.co e co.co.pro., quindi dalla precarietà.

Tuttavia, questi contratti non tengono in nessuna considerazione l’accrescimento delle competenze di un lavoratore, o le sue responsabilità nell’esercizio della professione: il professionista si sottopone ad un susseguirsi di incarichi a progetto senza alcuna prospettiva di migliorare la propria carriera.

Il Jobs Act ha poi sancito l’illegalità di queste forme di contratto (co.co.co e co.co.pro), rendendo di fatto impossibile, dal 1 Gennaio 2017, stipulare o prorogare l’unica forma di lavoro prevista negli IRCCS per tutti i suddetti professionisti. L’esercito degli “invisibili” precari (circa 300 al Pascale) si è quindi trovato di fronte non solo all’impossibilità di lavorare dal 1 Gennaio 2017 ma, cosa ancora più grave, all’assenza totale di qualsiasi alternativa concreta. A rendere il quadro ancora più complicato, la grave situazione dei “vertici” dell’Istituto: un direttore generale non ancora nominato, il direttore scientifico in procinto di trasferirsi altrove.

Il disagio covato da anni, è esploso alla fine di settembre 2016 e si è palesato in un incontro, promosso da NIdiL-CGIL, tra i precari ed alcuni esponenti della Regione e del Parlamento (rispettivamente, la consigliera regionale Ciaramella e il deputato PD Leonardo Impegno, autore di un'interrogazione parlamentare sul tema).

A pochi giorni di distanza dalla protesta (pacifica), Attilio Bianchi è stato nominato  direttore generale ed oggi pare che la proroga di alcuni di questi contratti per tutto il 2017 sia concretamente all’orizzonte ….Soddisfazione? Sollievo?
Per questi precari, un altro anno di lavoro (stipendio, affitto, bollette) nel fantastico videogame chiamato “vita”. Ma quei precari giovani e meno giovani, gli invisibili, aspettano qualcosa di più: che sia riconosciuta l’importanza del loro lavoro non solo con chiacchiere istituzionali vuote di contenuti che ascoltano da anni, che l’impegno quotidiano profuso nella cura dei pazienti oncologici, nel rafforzare la collaborazione e la sinergia tra i professionisti che lavorano direttamente a contatto con gli ammalati e quelli che lavorano nei laboratori di ricerca, venga considerato degno di progettualità, di carriera, di un percorso professionale vero.

Percorso professionale inesistente oggi al Pascale, il quale vanta una pianta organica “preistorica” che non prevede nessuna delle figure professionali nuove ed indispensabili a perseguire i suddetti obiettivi, e paradossalmente proposte dal panorama formativo italiano (solo per citarne alcune: biotecnologi, infermieri di ricerca). Assistiamo all’umiliazione di professionisti qualificati, il cui inquadramento lavorativo già discutibile, è oggetto di una imbarazzante soluzione dell’ultimo minuto, necessaria si, ma gravemente insufficiente.

La linea di demarcazione tra “elemosinare una proroga” e combattere per il riconoscimento della dignità lavorativa, in un settore importantissimo quale quello della Sanità Pubblica, è diventata molto sottile, probabilmente troppo. Se il trattamento riservato a chi si adopera quotidianamente per garantire prestazioni sanitarie ai cittadini sarà sempre così scadente, le prospettive non sono di certo rosee: non per i precari bistrattati, non per i pazienti, non per il personale strutturato, che non riuscirebbe comunque a gestire la mole di lavoro di un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico di rilevanza nazionale quale è il Pascale.

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