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La gestione dei pentiti di mafia in Italia

Scritto da Maria Rosaria Salierno Il . Inserito in Linea di Confine

battaglia 1988 omicidio targato palermo

La gestione dei pentiti in Italia è un argomento molto delicato, anzi delicatissimo. Sono cambiate molte cose dai tempi di Tommaso Buscetta ad oggi.

La maggior parte dei cittadini sa poco delle persone che vengono comunemente definite “pentiti”; le stime su quanti siano i collaboratori di giustizia sono spesso confuse e, a volte, allarmistiche; le motivazioni a rompere il patto mafioso vengono il più delle volte banalizzate nel dibattito pubblico; i benefici di cui i dichiaranti godono sono di norma ritenuti eccessivi; scarsamente considerati sono invece i vantaggi, in termini di lotta alla criminalità, derivanti dalla loro collaborazione con lo Stato; sottovalutate, infine, risultano le difficoltà che le istituzioni incontrano nella “gestione” dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari.

Malgrado questo deficit di conoscenza, il dibattito pubblico sul tema è costante e, di tanto in tanto, acceso . Intanto si può notare un numero sempre più elevato di pentiti che oggi è salito a 1300, che costano allo Stato più di 100 milioni di euro all’anno. Un dato che può ancora crescere se i magistrati ritengono attendibili le loro dichiarazioni. È proprio questo il problema, il pentito di oggi dice e contraddice, ora si occupa di mafia e domani di ‘ndrangheta, ora conferma e domani ritratta, un giorno chiacchiera di complotti e il giorno dopo di ordinaria delinquenza, entra ed esce dal Servizio di protezione con la stessa disinvoltura con cui si passa dalla malavita alla bella vita.

Eppure, l’istituto dei collaboratori di giustizia è uno dei principali strumenti utilizzati negli ultimi venti anni nella lotta contro la criminalità organizzata. Ma le dichiarazioni rese dai pentiti vanno valutate con grande prudenza in quanto uno degli scopi della criminalità organizzata può essere proprio quello di fuorviare le indagini o, addirittura, di indebolire le istituzioni, minandone la credibilità. Non va mai dimenticato che lo Stato, per la mafia, è un nemico mortale.
Talvolta, i pentiti si muovono con tracotanza, facendo leva sul buonismo di uno Stato spesso permissivo che si accolla il rischio di sacrificare una parte della propria credibilità sull’altare della ricerca della verità. Uno dei massimi sponsor dell’utilità dei collaboratori è stato proprio Giovanni Falcone. Quest’ultimo sapeva bene che senza pentiti un’efficace lotta alla mafia era impossibile. Come ha notato uno studioso attento come Umberto Santino, non sarebbe sbagliato sostenere che, per alcuni, la storia dell’analisi dei fenomeni mafiosi si potrebbe dividere nettamente in due parti: a. B. (avanti Buscetta) e d. B. (dopo Buscetta).
Oggi, però, i collaboratori che davvero sono a conoscenza di fatti importanti si contano sulle dita di una mano, rendendo assai difficile allo Stato individuare pentiti di un certo spessore.

Il problema attuale non è solo costituito dalla scarsa qualità delle informazioni che rende il lavoro delle forze dell’ordine ancora più difficile, quanto dalla vera e propria gestione dei pentiti il cui elevato numero non ha solo avuto conseguenze economiche, ma ha anche causato una crisi di legalità. Ancora una volta la crisi economica del nostro Paese diventa la principale fonte, di una crisi di legalità che continua a dilagare e con il passare del tempo potrebbe minare le fondamenta della democrazia italiana. Le difficoltà economiche del sistema di protezione producono effetti negativi devastanti: i pentiti, infatti, cercano di sfruttare le opportunità offerte dallo Stato, ma se quest’ultimo non è in grado di garantire loro i benefici e la protezione che il programma deve assicurare, sarà molto difficile annientare il “cancro” della mafia, distruggendo il lavoro compiuto negli anni dai giudici Falcone e Borsellino. Siamo sicuramente in un momento di grave crisi del nostro ordinamento, in cui le tradizionali delimitazioni tra poteri dello Stato stanno venendo meno. Giurisdizione e politica si confondono e si sovrappongono sempre più spesso. È certamente necessario trovare degli assetti che consentano a ciascuno dei poteri di operare serenamente.

Occorre una separazione netta tra politica e giurisdizione. Un magistrato non può essere protagonista dei rotocalchi e, soprattutto, non è ammissibile che un’indagine possa condurre chi l’ha condotta direttamente in Parlamento. D’altra parte, la politica deve tornare a un atteggiamento di rispetto e collaborazione nei confronti della magistratura. Emergono chiaramente le carenze conoscitive e i relativi stereotipi cui riguardo a questo fenomeno non “nuovo”. Ad esempio, il numero dei collaboratori è fortemente sovrastimato e i termini più usati per descrivere la loro tempra morale non sono certamente lusinghieri (opportunisti, codardi, infami). Un particolare fastidio deriva dal fatto che a dei criminali venga offerta una condizione di “privilegio”; che gli venga riconosciuto un trattamento economico; che egli sfugga alle sue responsabilità penali che, altrimenti, lo avrebbero costretto per un lungo periodo in carcere; e che gli si dia la possibilità di accusare liberamente altre persone. Riguardo ai collaboratori di giustizia, i cittadini intervistati insistono molto sulla pena che queste persone dovrebbero comunque scontare. Pochissimi sono, al contrario, i riferimenti ai processi di rieducazione e reinserimento nella società. È ciò che è emerso dall’intervista rivolta agli abitanti della cittadina di Afragola.

Attraverso un’intervista che ho condotto a Secondigliano, parlando vis à vis con un ex collaboratore di giustizia ho potuto percepire poi le difficoltà di quest’uomo e della sua famiglia. Sono molti gli episodi che hanno turbato la famiglia del mio intervistato ma uno in particolare è stato impresso per sempre sulla loro pelle, il primogenito cercò di togliersi la vita. Con questo atto disperato, quel ragazzino voleva mostrare un malessere che da tempo gli stava rubando quella serenità che ogni adolescente ha diritto di avere. Per quanto la gente ritenga che i pentiti siano solo dei parassiti della società, non bisogna dimenticare che sono degli uomini e come tutti gli uomini dono titolari di diritti fondamentali che devono essere rispettati. Tutto ciò deve portare a riflettere il nostro Paese e soprattutto le nostre istituzioni.

Il ministro degli interni Matteo Salvini ancora deve stilare una relazione sui collaboratori di giustizia, e sarà interessante sapere il suo parere sulle speciali misure di protezione. Spetta al ministro degli interni riflettere sulle decisioni della Commissione centrale, che decide a chi applicare i programmi di protezione, e spetta sempre a Salvini predisporre eventuali modifiche alle norme che disciplinano lo status del pentito.
Il capo del Viminale si è mosso solo sul fronte dei beni confiscati alla mafia, prevedendo degli interventi volti a potenziare l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati, allargando la possibilità di vendere i beni che non si riesce a utilizzare per fini sociali.
Il suo decreto sicurezza però ha alzato un polverone su due fronti. Il primo concerne la possibilità che, attraverso la vendita dei beni ai privati, la mafia possa riappropriarsi di questi attraverso l’utilizzo di prestanome, e, dall’atro, che gli introiti della vendita dei beni non confluisca nelle casse della Regione ma in quelle dello Stato.

Prima, però, di occuparsi dei beni che sono pur sempre importanti, bisognerebbe occuparsi delle misure di protezione e di eventuali modifiche delle norme che le disciplinano, dato che il nostro Paese registra un numero sempre maggiore di pentiti che appesantiscono ancora di più le casse dello Stato. Ci dovrebbero essere delle modifiche alle leggi 82 del 1981 e la legge 45 del 2001 tali da permettere alla Commissione centrale di effettuare una “scrematura” che la porti a scegliere pentiti di un certo “calibro” a conoscenza di fatti che abbiano un vero riscontro con la realtà. Se davvero i pentiti sono così importanti per la lotta contro la criminalità organizzata, allora perché non tutelarli? Perché non tutelare le loro famiglie, in particolar modo i bambini che sono i principali a soffrire? Lo Stato si dice vicino alle famiglie dei collaboratori di giustizia, ma sarà la verità?

Con le dichiarazioni che ho assunto attraverso l’intervista ad un ex collaboratore di giustizia, ho potuto da subito intuire che non è così. Lo Stato promette protezione, supporto psicologico, assistenza medica ed un assegno di mantenimento, ma tutto questo non sempre viene mantenuto. Il mio intervistato ha mostrato una insoddisfazione legata al mancato supporto psicologico che ha condotto la sua famiglia ad avere seri problemi, tali da portarli a sfiorare la tragedia, ma che per fortuna non si è verificata. Il venire meno degli accordi pattuiti tra lo Stato e il collaboratore di giustizia determina una crepa profonda che rischia di sfociare in una interruzione della collaborazione da parte dei pentiti che potrebbe irrobustire sempre di più le fondamenta del sistema criminale. Bisogna allora da subito intervenire con nuove leggi che siano in grado di fermare questa crisi di legalità, che sta dilagando e minacciando sempre di più il nostro paese.

 

 

Maria Rosaria Salierno è dottoressa in Scienze delle Investigazioni presso la Facoltà di Giurisprudenza della Università della Campania Luigi Vanvitelli con una tesi di Economia del Crimine su: “Economia del crimine organizzato di stampo mafioso: il punto di vista dei pentiti, dell’opinione pubblica e dei gestori dei beni confiscati”, sotto la supervisione del Prof. Francesco Pastore.