Le Strisce e Vittoria Piscitelli, quando la musica incontra l’arte

Scritto da Roberto Calise Il . Inserito in Musica

IMG 8759

Un appuntamento al bar, a mezzogiorno di un’assolata domenica, non suona certo molto rock. Al tavolo, non vi saranno alcolici, droghe leggere, né tantomeno pesanti. Al massimo un pacchetto di sigarette, obbligatorie dopo un buon caffè. Siamo dunque lontani dai luoghi comuni sugli artisti – per fortuna.

Il sonno, però, si fa sentire. Logica conseguenza di chi usa la notte come principale fonte d’ispirazione, per lavorare, scrivere, comporre. Davide Petrella, frontman de Le Strisce, all’inizio è di poche parole. Il caffè lo rianima un po’, ed è pronto a cominciare.

Chi invece non ha bisogno d’energia sotto forma di caffeina è Vittoria Piscitelli, giovane artista figurativa della quale QdN ha raccontato lo scorso dicembre la prima personale a Napoli (l’articolo è disponibile QUI). Attorno allo stesso tavolo, dunque, vi sono i rappresentanti ideali dei due lati che compongono l’ultimo disco de Le Strisce, Hanno Paura Di Guardarci Dentro, rilasciato lo scorso 26 settembre. Il più recente lavoro della celebre band napoletana è difatti non solo un album musicale, ma un’opera d’arte a 360°, arricchita dalle forti suggestioni visive della Piscitelli, la quale curerà dal punto di vista grafico anche la campagna di promozione del disco e le esibizioni live della band.

Prima di cominciare quest’inedita “intervista doppia”, è doverosa qualche coordinata. Sono cinque i componenti de Le Strisce, rock band emersa prepotentemente sulla scena napoletana e nazionale nel 2010 con la pubblicazione del loro primo album, Torna Ricco E Famoso, inciso per la EMI, nota major del settore. Davide Petrella, frontman della band, ne cura anche i testi. Al basso, Francesco Caruso, che con Davide rappresenta il nucleo originale del gruppo. Le chitarre sono affidate alle sapienti mani di Enrico Pizzuti e Andrea Pasqualini, mentre Dario Longobardi, “ultimo acquisto” della formazione, è alla batteria.

Dopo due dischi con una major, Le Strisce hanno deciso di riacquistare una totale libertà per il loro terzo album, affidandosi ad un’etichetta indipendente. Grazie a questa scelta, è stato possibile affidare ad una giovane artista, Vittoria Piscitelli, la realizzazione del layout grafico del disco. Il risultato è una felice commistione di energie, che si valorizzano a vicenda: parole, immagini e musica formano un tutt’uno inscindibile, come è facile intuire dalla lunga intervista che la nostra testata ha avuto la preziosa occasione di realizzare.

Davide, cominciamo dall’inizio. Come e quando si sono formate Le Strisce, e da dove viene questo nome?

Le Strisce vengono idealmente da lontano. Con Francesco Caruso, il bassista, ci conosciamo da quando avevamo dieci anni. Abbiamo iniziato a suonare assieme, da adolescenti, cantando cover italiane e inglesi. A vent’anni, abbiamo incontrato gli altri membri della band, intraprendendo un progetto più strutturato: decidemmo di chiamarci Goya, come il celebre pittore spagnolo del XVIII secolo. Un nome forse troppo metal, ambiguo, acerbo come la nostra musica. Pian piano, quando abbiamo cominciato a inquadrare meglio cosa e come volevamo suonare, ho pensato che sarebbe stato bello richiamare una certa italianità nel nostro nome. Pensavo ai gruppi degli anni ’60, era un momento d’oro per l’Italia e per la musica, e anche un particolare, come aggiungere un articolo davanti ad un nome, restituiva un senso completamente diverso al pubblico. Le Strisce venne fuori così, per caso, durante un viaggio tutti assieme. Sul momento, la prendemmo sul ridere. Poi, in realtà, ci convinse. Funzionava, e funziona ancora.

Cosa c’era nello stereo di Davide a quindici anni, a venti, ed ora?

A quindici anni scoprii un grande artista, Jeff Buckley, grazie a Fabio Volo, che all’epoca, prima di diventare un personaggio così mediaticamente esposto, conduceva un bel programma su Radio Deejay e passava spesso Jeff Buckley. Da ragazzino cominciai a prendere lezioni di canto per riuscire ad usare il falsetto proprio come lui. A vent’anni ascoltavo i “cattivoni” che hanno riportato in auge il rock’n’roll: gli Strokes, i Libertines, Pete Doherty. Oggi, rispetto al passato, mi reputo un ascoltatore più aperto. Prima, da ragazzino, oltre alla musica ti fai affascinare dal “personaggio” del cantante. Ora, che fare il cantante è diventato il mio mestiere, percepisco la differenza, e mi apro a più suggestioni, come i Miike Snow o Bon Hiver. Ultimamente apprezzo molto Stromae. Credo sia geniale il suo approccio, un mix fra cantautorato, rap e musica commerciale. In Francia, questa operazione ha funzionato,credo grazie alla maggiore musicalità della lingua. Sarebbe interessante provare a rilanciarla in Italia, ma non credo sarebbe la stessa cosa, poiché la nostra lingua sconta una musicalità inferiore rispetto a quella d’Oltralpe.

Cos’è cambiato dal vostro primo disco, Torna Ricco E Famoso (2010), ad oggi?

E’ cambiato che, se prima eravamo dei ragazzini a cui era capitata una bella occasione, una bella storia, come può essere un contratto con una major, oggi, dopo tanta gavetta, dopo tre dischi, un EP, tanti concerti, l’incontro con tanti artisti, siamo più consapevoli dei nostri mezzi. Oggi non abbiamo più paura, e ciò si riflette anche nell’attitudine alla produzione discografica. Oggi, questo è il nostro lavoro: vi è un’attenzione diversa, come diverse sono le soddisfazioni, poiché siamo capaci di fare cose che prima ci sembravano difficili, se non impossibili. Oggi, l’obiettivo è realizzare grandi canzoni, non provare a vedere cosa succede pubblicando un disco.

Fra il vostro primo album, Torna Ricco E Famoso (2010), e il secondo, Pazzi E Poeti (2011), è passato un solo anno. Fra il secondo ed il terzo, gli anni sono triplicati. La tempistica più serrata era legata al contratto con una major?

Fosse per me farei dischi ogni sei mesi: produrre tanto è essenziale per essere competitivi. La verità è che la vicinanza fra i nostri primi due lavori è stata un caso. Per il terzo, Hanno Paura Di Guardarci Dentro, ci siamo presi più tempo, poiché tanti cambiamenti sono avvenuti. Con il nostro primo batterista, Raffaele Papa, le strade si sono divise dopo Pazzi E Poeti. E’ dunque subentrato Dario Longobardi. Vi è poi stato il passaggio da una major ad un etichetta indipendente. Io ho poi cominciato una collaborazione artistica con Cesare Cremonini. Abbiamo dunque deciso di fare le cose con più calma, scegliendo la squadra migliore per realizzare un album che fosse, per l’appunto, ancor meglio dei precedenti.

A proposito della collaborazione con Cesare Cremonini…

Cesare è molto in gamba. Ho una grande stima di lui, lo trovo molto preparato sia musicalmente che interessante a livello di testi. Per me è stata un’enorme occasione di crescita poter lavorare con lui, poiché credo che sia un artista che non si siede sugli allori, bensì si mette in discussione. E si cresce grazie al confronto. Lo stesso fatto di aprirsi ad una collaborazione con un giovane artista come me credo che faccia di noi “un’isola felice”, un esempio positivo.

So che tu curi i testi de Le Strisce principalmente da solo.

Confesserò, sono abbastanza fissato. Non riuscirei a cantare cose che non scrivo di mio pugno. Coi ragazzi, poi, si trova il vestito musicale adatto alle parole.

Questa tua attidutine come ha influenzato il lavoro con Cesare Cremonini?

Con Cesare era strano, era come avere un’altra band a Bologna. La nostra collaborazione è stato un processo naturale, mi è sembrato andasse avanti da tanto tempo. E se i rapporti sono veri, le canzoni vengono fuori in modo spontaneo, facile, sincero. Non a caso, abbiamo lavorato insieme a sette canzoni finite nel suo ultimo disco, di cui due, Logico #1 e GreyGoose, che sono tra le canzoni italiane più' trasmesse dalle radio da mesi. E’ stato molto gratificante sapere di essere capace di scrivere una “hit” che puoi ascoltare praticamente in tutti i bar dove entri… Credo sia una felice collaborazione che continuerà.

Nel panorama italiano, con chi ti piacerebbe collaborare?

Dovessi scegliere mi piacerebbe collaborare di sicuro con gente che stimo, forse con Jovanotti e con i Negramaro mi divertirei. 

Ultimamente, sono usciti nuovi lavori dei seguenti artisti: Battiato, Ligabue, Subsonica, Vasco Rossi. Mi dai una rapida opinione?

Battiato è geniale: faceva Stromae trent’anni fa, in italiano. E’ di diritto nell’Olimpo della musica italiana, al pari di Lucio Dalla, De Gregori, o Paolo Conte. Sui Subsonica, Ligabue e Vasco, credo che ripropongano stancamente una formula musicale ben consolidata. Non rischiano più, e ciò non fa bene né alla loro produzione, né alla musica italiana.

Il vostro ultimo disco, Hanno Paura Di Guardarci Dentro, presenta un quadro di forte critica sociale. Se nei precedenti lavori vi erano spazi di decompressione, con pezzi meno impegnati come Io odio il pop, stavolta mancano completamente.

In giro vi sono storie pazzesche per scrivere. Chiunque di noi, dai 18 ai 40 anni, sta cercando di capire cosa fare nella vita, in una società nella quale tutti gli schemi sono saltati. Il che, paradossalmente, rende forse più liberi, perché in questa destrutturazione vi sono nuovi spazi da poter percorrere. Ciò chiama a scelte individuali forti, e produce storie di vita potenti, coraggiose, che magari dieci anni fa non trovavi. Verrei meno al mio dovere di artista se non le raccontassi. In questo senso, l’ultimo disco è quasi un concept, perché ha un approccio e delle liriche molto dure e crude. Sono canzoni schiette, dirette, alle volte come un pugno, o come una chiacchierata tra amici.

Scusa, non è una contraddizione dire “come un pugno o come una chiacchierata tra amici”?

Perché, conosci ragazzi in pace con quello che fanno e sereni sulle loro prospettive?

Touché. Passiamo alle canzoni. Comete è una critica alla caducità delle mode.

Le mode sono comete, cioè passano. Non condivido le etichette che si assegnano alle persone come ai generi, che si tratti d’essere hipster, rap, o alternative. Ora, ad esempio, è di moda il rap, che ha invaso all’improvviso tutta l’Italia. Personalmente, apprezzo molti rapper nostrani, che credo scrivano bene, in modo interessante e potente. Tuttavia, la sovraesposizione mediatica di questo fenomeno ne svilisce il vero significato di protesta, di manifestazione di un disagio (metropolitano, sociale, economico) vissuto dagli autori. L’offerta musicale, in questo modo, si satura rapidamente, in attesa del prossimo fenomeno al quale omologarsi. Credo che l’Italia dovrebbe uscire da questo circolo vizioso del consumo modaiolo. Non è possibile, e non è logico, estendere una formula, uno schema che si è rivelato di successo, a tutte le nuove proposte musicali.

Il video del primo singolo, Nel disagio, vede due mostri aggirarsi per locali pieni di ragazzi, simbolo di “un’epoca noiosa”.

Questo video nasce da una mia idea che poi il regista Tiziano Russo ha tradotto in immagini. Abbiamo scelto due ragazzi bellissimi, due modelli. Poi, con delle maschere, li abbiamo resi mostruosi, il che può essere interpretato in diversi modi. I mostri possono, ad esempio, rappresentare la mancanza di serenità dei giovani d’oggi, mancanza di serenità che paradossalmente insiste su un’epoca piatta e non solo dal punto di vista della produzione artistica.

Vittoria, la tematica del brutto, del mostro, è fortemente presente nella tua opera, come raccontammo in occasione di U.G.L.Y., la tua prima personale.

A mio avviso, l’idea del mostro aiuta a ripensare il concetto di brutto o grottesco, sia a livello estetico che a livello semantico: parliamo per forza dell’altro da sé, o non è forse vero che siamo tutti, a nostro modo, brutti e grotteschi? In questo senso, i mostri del video, nel loro essere palesemente, esteticamente brutti, sono forse più veri, più autentici e più affascinanti di chi è esteriormente bello e perfetto. Il paradosso è che i mostri che ho presentato a Le Strisce attraverso le mie opere, hanno restituito dei complimenti: “Come sono belle queste composizioni”. Credo sia un processo incoscio: il brutto viene visto come qualcosa di autentico, ci rassicura perché parla di noi. Dunque, l’aver paura di guardarsi dentro, come il titolo del disco richiama, è la paura di veder le nostre imperfezioni. Tuttavia, queste sono un qualcosa che dobbiamo difendere, che dobbiamo sforzarci di amare.

Davide, ritorniamo sulle canzoni del vostro ultimo album. Cosa deve fare un giovane d’oggi per poter ridere? Me lo chiedo spesso anche io.

Deve cercare di fare quello che ama, pur in questo contesto storico non facile. Ormai sono scomparsi i percorsi tradizionali, fissi, sicuri. Fondamentalmente, si incontreranno difficoltà nell’intraprendere qualunque scelta di vita, a meno che non si abbiano “canali preferenziali”. Ciò non vale per la maggior parte della italiani, quindi meglio inseguire ciò che si ama che provare a fare, in un’epoca senza strutture, quel che ti illudi ti possa convenire. Se i risultati arriveranno, significa che avrai avuto ragione. Parimenti, credo sia inutile pensare che ad ambizioni più piccole corrispondano, eventualmente, delusioni più piccole. Per questo, tanto vale puntare al massimo. Questa canzone è un invito alle persone a fare, e a rischiare, di più.

Nel 2012 canti che non è successo niente, e che d’estate aspetteremo qualcuno. Chi e perché?

E’ ovviamente uno sfottò alla leggenda dei Maya, che prevedeva la fine del mondo per dicembre di quell’anno. Invece, dicembre passò, e non successe niente: a quel punto, aspettiamo l’estate, e con essa tempi migliori. Ho usato quel che all’epoca fu un tormentone collettivo come pretesto per scrivere una canzone che, nelle liriche così fitte, cercasse di richiamare certe composizioni di Lucio Dalla. Lui era inimitabile nello scrivere testi molto densi, ma con forti significati. 2012 vuole essere dunque un omaggio sentito a uno dei maggiori artisti italiani.

Gli artisti è uno dei pezzi più toccanti dell’album, ed è tratto da una storia vera, altrettanto toccante…

Quasta canzone l’ho scritta tutta in una notte, dopo aver approfondito l’ultima performance di Marina Abramovic e Ulay, intitolata “The Lovers”. I due artisti e compagni, dopo dodici anni di relazione e di performance insieme, intuirono che il loro amore era giunto alla fine, e con esso il loro sodalizio artistico. Così, nel 1988, decisero che come atto simbolico prima di separarsi, sarebbero partiti per la Cina ed avrebbero percorso la Grande Muraglia, in solitario, partendo dai due estremi opposti: lui dal deserto del Gobi e lei dal Mar Giallo. Avrebbero camminato da soli per 2.500 chilometri, per poi incontrarsi al centro del percorso, abbracciarsi e dirsi addio. Mi ha emozionato tantissimo, in particolare mi sono chiesto cosa potesse passare nella loro mente durante quell’estenuante percorso fisico ed emozionale. Nella mia testa, questa canzone sono i loro pensieri durante quella lunghissima camminata.

Chi è Andrea? Esiste realmente?

Andrea innanzitutto non è il nostro chitarrista, e no, non esiste realmente. Mi piaceva l’idea di creare una storia che mettesse assieme gli USA e l’Italia, ed i tanti aspetti che riscontro nei ragazzi di oggi, i quali guardano ancora agli Stati Uniti come una meta ideale. Tuttavia, la loro quotidianietà è in Italia, magari in piccole realtà di provincia. Un contesto ben diverso da quello sognato, che denota un’esterofilia vuota, dura a morire. Si tende sempre a notare l’erba del vicino, quando forse sarebbe più giusto provare a guardarsi in casa, provare a migliorare la propria realtà, e non sognare improbabili redenzioni all’estero.

Questa tua affermazione non va un po’ contro Londra, inno alla capitale inglese contenuto nel vostro secondo album, Pazzi E Poeti (2011)?

Sai, Londra per i musicisti è sempre stata un punto di riferimento. All’epoca, quando eravamo più giovani, era un miraggio, che tuttavia oggi non esiste più, poiché la proposta musicale che è in grado di produrre, così come la Gran Bretagna nel suo complesso, si è molto indebolita. Ora come ora, non ci interessano i miraggi, i totem: qualunque posto sia in grado di ispirarci nello scrivere e comporre canzoni, è il benvenuto.

Restando in tema di città, Vieni a vivere a Napoli è una splendida canzone del vostro secondo album, Pazzi E Poeti (2011). Come va il vostro amore per Partenope?

Napoli sicuramente offre meno possibilità per chi oggi vuole fare musica rispetto a realtà più grandi come Roma, Bologna, o, soprattutto, Milano. Qui, tutti fanno fatica, perfino i grandi artisti, che magari altrove riempiono stadi e palazzetti, e a Napoli fanno numeri più modesti. Tuttavia, è una città che non ti permette mai d’essere comodo, né sereno, e ciò, se vuoi cercare stimoli per scrivere e produrre, è fondamentale. Napoli ti permette di raccontare qualunque tipo di storia, senza obblighi di generi musicali, poiché presenta una scena molto varia. Non vi sono mode da seguire, canoni da rispettare. In questo, è una città meravigliosa. Se ora, nel complesso, la scena musicale napoletana mi sembra risentire di un’aria generale di crisi, bisogna ricordarsi che la musica è ciclica, e sono sicuro che Napoli possa tornare a produrre qualcosa di innovativo a livello nazionale. Perché se in altre città, in particolare Milano, vi sono le strutture migliori per far musica, sia a livello tecnico che di business, noi qui abbiamo le idee. E le idee sono tutto.

Capitolo comunicazione: Le Strisce hanno sempre utilizzato saggiamente i social network. Esemplare è il lancio del vostro ultimo disco, che ha giocato molto sulla fama di un artista da voi stimato, Maurizio Cattelan, attraverso la pubblicizzazione dell’hastag #vaffanculocattelan.

Cattelan, probabilmente il maggior artista italiano vivente, ha sempre giocato al limite dell’irregolare per promuovere le sue opere, sempre provocatrici. Per tale ragione, abbiamo voluto giocare secondo le sue regole “scorrette”, utilizzando la sua fama per pubblicizzare il lancio del nostro disco. Ovviamente, quest’operazione è stata al contempo un nostro piccolo tributo alla sua produzione e alla sua genialità. Lui, difatti, ha apprezzato, e ci ha risposto per le rime in una bella lettera.

Tuttavia, #vaffanculocattelan è stato interpretato dalla stampa come un pensiero poco gentile nei confronti di un altro Cattelan, Alessandro, presentatore del talent show musicale X-Factor. Una coincidenza o un’operazione pubblicitaria ben studiata?

No, è stato un caso, e ci ha stupito che anche testate di livello nazionale siano cadute in quest’errore. Credo sia la triste cartina tornasole della qualità media del giornalismo italiano. Fra l’altro, il significato dell’hastag era spiegato nel comunicato stampa di lancio del disco. Dunque, parliamo di “professionisti” che scrivono un articolo senza neanche leggere quel che gli viene recapitato…

Passiamo ora ad analizzare più compiutamente l’aspetto “visivo” del disco. Vittoria, ci racconti com’è nata questa collaborazione con Le Strisce?

E’ nata dopo la mia prima personale, U.G.L.Y., tenutasi lo scorso dicembre. In quell’occasione, ho trasportato in immagini il concetto della mostruosità nell’essere contemporanei oggi. Le Strisce hanno deciso di prendere in prestito questa ricerca artistica, perché poteva tradurre al meglio in senso estetico quelli che sono i contenuti del disco. Ci siamo dunque trovati in un’unità d’intenti, seppur su due piani diversi. Il che è stato probabilmente dettato anche da un discorso d’età: siamo del resto tutti coetanei, e seppur con diverse sensibilità, i nostri argomenti e le nostre inquietudini sono simili.

Qual è stata la principale difficoltà nell’elaborare un progetto grafico per un album musicale?

Ovviamente il processo artistico trasmutato in senso editoriale e grafico ha un’altra complessità. La finalità commerciale, che c’è dietro ogni produzione discografica, rappresenta una grandissima sfida per un’artista. Ho dovuto comprendere che non stavo trasmettendo il mio messaggio ad una piccola élite di frequentatori di gallerie, cosa che fra l’altro non mi è mai interessata, ma dovevo riuscire a comunicare con un pubblico più vasto. In Italia, chi è riuscito in quest’operazione non a caso è stato Maurizio Cattelan, che nel 2011 ha curato il progetto grafico dell’ultimo album di Jovanotti, “Ora”. Con Le Strisce, nel nostro piccolo abbiamo voluto trasportare l’arte contemporanea in un disco, inseguendo così uno scopo: quello di promuovere un approccio più sensibile all’arte, che passasse non attraverso una mera grafica fine a sé stessa, come quella della Dixan, ma attraverso un piccolo 12x12 artistico (12 cm x 12 cm sono le dimensioni del cd, ndr).

Per far ciò, ti sei affidata a colori molto forti, come il giallo, o il fucsia.

Usare colori così clamorosamente “spacconi” è stata una richiesta esplicita de Le Strisce. Del resto, il giallo, il fucsia, sono colori contemporanei, appartenenti all’era digitale, che rendono molto bene in video e sui monitor. Utilizzati però con l’acrilico, le pennellate, la carta, quindi su strumenti appartenenti ad un’altra epoca, rappresentano una sfida interessante. Vi è poi una chiara scelta, come dire, pubblicitaria. In comunicazione, si tende a preferire dei colori piuttosto che altri. Ad esempio, negli anni ’60, tutti i detersivi, i prodotti per la casa, presentavano tinte sgargianti e font molto grandi per attirare le casalinghe, che generalmente avevano un basso livello d’istruzione. La comunicazione questa insegna: con scelte cromatiche o con immagini molto forti, si tende a catturare più facilmente l’attenzione. Pensiamo alla lingua sui dischi dei Rolling Stones. In questo senso, il giallo permette al disco di emergere tra un’infinità di cd in un qualunque negozio di musica, oltre a rendere molto bene, come già detto, sugli schermi dei pc, e quindi sugli store online, attraverso i quali transita ormai la maggior parte della vendita di musica.

Il packaging e la comunicazione hanno del resto la loro importanza.  Parimenti, il disco è un’opera d’arte a 360° gradi. Una bella cosa, nell’era della riproducibilità sfrenata.

Se ci rifletti, non vi è alcun grande album, dagli anni ’60 in poi, che non sia stato accompagnato da un solido progetto artistico. Ad esempio, oggi riusciresti a pensare ai Beatles senza le sgargianti divise indossate per la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), geniale idea di Peter Blake? Oppure, a immaginare cosa sarebbe stato dei Velvet Underground slegati dalla famosa banana di Andy Warhol, copertina del loro primo album? Dicevo prima della lingua di John Pasche, che dal 1971 è diventata la firma artistica dei Rolling Stones. Sono tutti esempi che dimostrano che è impossibile per un musicista trincerarsi solo dietro le proprie idee o dietro la propria qualità musicale, senza capire l’importanza di un messaggio artistico tout court. Credo che per dei musicisti come Le Strisce, che traggono ispirazione da artisti come quelli elencati, sia un processo naturale cercare di associare la loro immagine ad un discorso di maggiore qualità, anche dal punto di vista grafico.

Come si è svolto il tuo processo di creazione artistica?

Devo dire che ho lavorato in piena libertà, seppur con ovvi paletti, che non sono stati dettati dal gruppo o dalla casa discografica, bensì dalla necessità di adattare un processo artistico a finalità più commerciali, soprattutto a livello grafico. Ovviamente, ho elaborato moltissimi bozzetti di probabili copertine, e chissà che un domani non si possa realizzare una mostra solo con esse… Alla fine, la scelta è caduta sull’immagine che presenta la più forte attinenza al titolo del disco, Hanno Paura Di Guardarci Dentro. Si vede dunque questa figura che esce da un altro corpo in una sorta di acrobazia. Un’immagine forte, e al contempo iconica.

Immagino che avrai ascoltato le canzoni dell’album in anteprima. C’è qualche brano che ti ha particolarmente ispirato?

Ho cercato di capire cosa volesse comunicare la band a livello musicale. Da questo brainstorming, sono usciti dei mostri psichedelici, che nel loro essere deformi richiamano un po’ il post-human degli anni ’90. Sicuramente pezzi come Gli artisti e 2012 sono stati quelli più ispiranti nel mio processo creativo, grazie anche a sonorità eclettiche ed acide. Acide come i colori che sono stati poi usati.

Vittoria, rispetto ad U.G.L.Y., la tua prima personale, dove siamo adesso?

Quello del grottesto e del brutto è un tema a me troppo caro per abbandonarlo: U.G.L.Y. è stato dunque un antipasto. Sono in fase di ricerca, e mi interrogo su come uscire dai limiti imposti dalla seconda dimensione. Il quadro del resto ha ancora un metodo di fruizione tradizionale: io davanti ad una tela, quindi è ancora un altro da sé. Se il collage resta il mio metodo espressivo preferito, sto cercando un modo per coinvolgere ancor di più chi è interessato alle mie opere, magari attraverso installazioni tridimensionali e multimediali.

Oltre alla grafica del disco, hai curato anche quella dei singoli.

Non solo. Quel che è interessante in questa collaborazione è il poter reinventare l’universo estetico de Le Strisce nel suo complesso. Si tratta dunque di elaborare il materiale pubblicitario, o di montare delle videoproiezioni da mostrare durante i concerti. Tornando al discorso di cui sopra, i Beatles indossavano le colorate divise da sergenti di Sgt. Pepper’s anche durante i live. Oppure, per passare a tempi più recenti, pensiamo al lavoro di Matthew Barney, che ha curato l’immagine di Bjork. In Italia, pochi artisti, men che meno quelli emergenti, prestano attenzione a questo discorso. Tuttavia, la musica nell’era contemporanea non può essere non essere supportata da una storia estetica. La narrazione estetica è fondamentale, ed aiuta a completare il senso di parole e di note che altrimenti rimarrebbero nell’astratto.

Ultima domanda: che libro c’è sul vostro comodino?

Davide: “Furore”, di John Steinbeck, del 1939. Lo lessi da ragazzino, ma credo sia molto utile rileggere ogni tanto i testi che ci sono piaciuti in passato, perché li si legge con occhi nuovi e con un’altra consapevolezza.

Vittoria: Personalmente, preferisco la saggistica. Sto rileggendo per l’ennesima volta un saggio di Roberto Longhi, “Breve ma veridica storia della pittura italiana”, un testo fondamentale per la storia dell’arte, edito nel 1914. Longhi, a mio avviso, è stato uno dei maggiori storici dell'arte del ‘900 italiano, e credeva molto nell’educazione artistica della popolazione, soprattutto nelle scuole. Del resto, la storia dell’arte per l’Italia è come la grammatica per la lingua italiana: siamo un Paese che ha un enorme bagaglio d’immagini, ed è triste pensare che la maggior parte dei ragazzi non ha oggi gli strumenti per comprendere tale patrimonio. Reputo quindi la lezione di Longhi molto attuale. Capendo, attraverso l’arte, ciò che era l’Italia in passato, miglioreremmo sicuramente la nostra comprensione del presente.

 

Le Strisce sono:
  • Davide Petrella – voce
  • Francesco Caruso – basso
  • Enrico Pizzuti – chitarre
  • Andrea Pasqualini – chitarre
  • Dario Longobardi – basso

Il loro ultimo disco, Hanno Paura Di Guardarci Dentro, è disponibile nei migliori negozi di dischi o su diversi store online:

Per maggiori informazioni su Le Strisce e Vittoria Piscitelli:

 

Di seguito, le creazioni di Vittoria Piscitelli per l'ultimo disco de Le Strisce:

  • IMG 8758
  • IMG 8759
  • IMG 8753
  • IMG 8754
  • IMG 8757
  • IMG 8755
  • IMG 8756

 


Leggi le altre puntate di Nuova Musica Napoletana:

 

Banner AIRC