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Campania Segreta: Alife, l’anfiteatro ritrovato

Scritto da Luca Murolo Il . Inserito in Port'Alba

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Sita nella valle del Volturno, ai piedi dei Monti del Matese, Alife, dal 1995 può fregiarsi del titolo di città, come già era considerata in tempi antichi. In epoca Romana. Fondata dagli Osci, è stata un’importante città sannita, tanto da coniare propria moneta già nel IV secolo a. C.

Dopo vari sanguinosi tentativi, fu conquistata dai Romani ai tempi della II guerra punica, rasa al suolo, e ricostruita da costoro con la classica pianta ortogonale, decumano maggiore ed il cardine, struttura rettangolare, suddivisa in settori, come un accampamento militare, cosa che in origine probabilmente era. Le tracce del passaggio di Annibale con i suoi elefanti sono presenti nello stemma stesso della città, anche se questo è un argomento controverso, come dopo vedremo.

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A quei tempi Alife aveva la sua importanza, strategica e commerciale, ed una notevole popolazione, infatti possedeva un proprio teatro, delle terme pubbliche, varie “Domus patritiae”, e tutta una serie di costruzioni degne di rilevanza, un criptoportico, il Mausoleo. Un anfiteatro. In seguito, fu sede vescovile, poi conquistata dai Goti, ebbe un periodo di oscurantismo, per poi risorgere sotto i Longobardi, ed in quel periodo passò alternativamente sotto il dominio, ora di Benevento, ora di Capua. Subì un feroce saccheggio da parte dei Saraceni, nell’865, che contribuì al progressivo scempio dei monumenti romani. Fu conquistata dai Normanni della casa dei Drengot-Quarrel, alla quale apparteneva quel Rainulfo III, conte di Alife, che fece costruire la Cattedrale di S. Maria Assunta con la sua splendida Cripta, che tuttora è una delle più grandi e maestose della provincia di Caserta.

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Dopo le alterne vicende del Medioevo e dell’era moderna, comuni a tutta la zona ed un po’ al resto del Meridione, durante la Seconda Guerra Mondiale viene bombardata a tappeto dagli Americani, e poche case del centro storico restano in piedi. Oltre a numerose vittime, il tragico episodio crea anche un’intera popolazione di senza tetto, e nell’immediato dopo-guerra vengono stanziati i fondi per la ricostruzione, che avverrà all’esterno delle mura, e fra poco vedremo come ciò sarà di grande importanza per la nostra storia.

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Arrivo ad Alife, curioso soprattutto di vedere l’anfiteatro ritrovato, in un tardo pomeriggio di questo luglio infuocato. Sono le 6 e la mia delusione è enorme quando trovo il cancello dell’anfiteatro chiuso, ma mentre mi guardo intorno due gentili signori mi dicono che colui che ha le chiavi è appena andato via, e di chiedere in Comune. Il municipio è a due passi e mi ci reco a piedi, avendo appena posteggiato l’auto. Passo avanti al Mausoleo Acilii Glabriones, e contemporaneamente scorgo, il Municipio alla mia destra, e delle antiche mura, in cui si apre una porta, Porta Napoli, scoprirò di lì a poco, di fronte a me. Il posto trasuda storia e cultura. Entrato nell’edificio comunale, chiedo, ed un’altra persona gentile mi dice che telefona al responsabile dell’anfiteatro, che ha le chiavi, e così potrò visitarlo. Lo fa davanti a me, e mi dice che in un quarto d’ora sarà qui, che posso aspettarlo in piazza. Esco e continuo a guardarmi intorno, incuriosito da tutto, in particolare dallo stemma della città, che campeggia sul portone del Municipio, con il suo elefante, riprodottoancora, in un mosaico monocromatico, al suolo, appena avanti l’entrata.

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Penso subito ad Annibale, che da qui è passato, prima di andare, ancora da conquistatore, verso il suo destino a Capua. C’è però anche un’altra tesi, preferita dal professor Gianni Parisi, che vuole che l’elefante in questione sia uno di quelli portati qui, con il suo personalissimo zoo, da amante degli animali, dal d’Aquino, in tempi remoti. A me si rigira in testa la parola, Alife…alifante…alefante. Elefante. Magari non c’entra niente. Mentre sono perso nelle mie riflessioni, esce la persona che ha appena telefonato e mi chiede se nel frattempo voglio visitare il Museo. Mi ci accompagna, è proprio lì dietro. E piccolo, ma molto interessante, lo guardo velocemente, e chiedo qualche spiegazione al custode, che si è messo a disposizione. Sono tutti gentili ad Alife! I monumenti, l’aria salubre di collina, la gentilezza, magari si mangia anche bene! Bisogna tornare a questa Alife. Ritorno al Comune, e questa volta, lo stesso dirigente di prima, mi dice con fare mortificato che non si riesce a rintracciare colui che ha le chiavi.

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Mi rimetto in macchina, un po’ deluso, ma comunque contento di essere arrivato in paese così aggraziato, e decido di dare uno sguardo al centro storico, prima di andar via. Quasi interamente circondato dalle mura romane originali, promette alcune cose interessanti, come la Cattedrale normanna, alcune fontane ed altro. Entro da Porta Napoli, e nello specchietto retrovisore vedo un signore, che pedalando e facendomi cenni, mi raggiunge con la sua bicicletta. È il professor Parisi, è lui che ha le chiavi; alla fine vedrò l’anfiteatro.

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In origine doveva essere veramente grande, mi spiega il professore, conteneva 12mila spettatori, quanto un piccolo stadio moderno, ma neanche tanto piccolo poi. Di visibile c’è solo la pianta, o meglio la base dei settori, costituita da un basso muro, ma è così ben conservata, che sembra un disegno, e si può tranquillamente immaginare com’era in origine. Dimenticavo, metà anfiteatro, una semi-ellissi, perché il resto è sotto i palazzi della ricostruzione. L’emergenza erano le case per la popolazione, all’epoca rimasta in situazione più che precaria, dopo il bombardamento alleato. Dopo avermi fatto vedere i posti delle autorità, l’entrata trionfale e l’ingresso delle fiere e dei gladiatori. Avermi spiegato che in un angolo c’era la grande caldaia dove per secoli sono stati fatti a pezzi e bruciati i marmi e i massi che componevano l’antica opera, per farne calce.

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Mi mostra le ultime curiosità, tra cui le sagome, a dimensione umana, dei diversi gladiatori, fatte da lui, per spiegare ed interessare gli studenti che vengono a visitare il sito. Geniale! Solo dopo tutto ciò, quando ho già capito quanto ama quel luogo, mi racconta che da bambino abitava proprio qui, in questo grande palazzina che sovrasta l’anfiteatro, e sotto la quale, intrecciata con le sue fondamenta, c’è l’altra metà dell’anfiteatro, ed un vicino gli faceva vedere che strani disegni si creavano nell’erba, e lui, con la fervida immaginazione dei bambini, immaginava storie di alieni ed astronavi ed in cuor suo aveva anche un po’ paura. Dai quei segni, con fotografie aeree, si è capito, tra gli anni ’60 e ’90, cosa nascondeva l’erba, e finalmente, nel 2007 si effettuarono gli scavi e venne alla luce questa meraviglia. Gianni, il professore, con cui oramai siamo amici, così, giusto chiacchierando, mi dice che in tutta la zona si mangia molto bene. Si, bisogna assolutamente ritornare ad Alife!